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L'ARTICOLO DEL MESE

DOVE VOLA L’”AQUILA D’ORO”
La Val Zebrù è conosciuta, tra le altre cose, per questo splendido rapace. Anche se raro, c’è la possibilità di avvistarlo con un trekking attorno al Confinale: tappa d’obbligo per la notte nello storico rifugio V Alpini

Testo di Carlo Caccia – Fotografie di Mauro Lanfranchi
 

Nelle immediate vicinanze di giganti come l’Ortles, il Gran Zebrù e il più piccolo (ma non troppo) monte Zebrù, senza dimenticare la parata delle famose Tredici Cime attorno al ghiacciaio dei Forni, il monte Confinale non può pretendere troppo: i suoi 3.370 metri, l’aspetto tranquillo del suo versante meridionale e, in generale, le caratteristiche dei suoi itinerari, non sono le chiavi giuste per entrare nei sogni degli alpinisti. Costoro, però, non dovrebbero ignorare del tutto questa montagna perché, come insegna anche Francis Fox Tuckett che la salì in prima ascensione ufficiale nel 1864 (pochi giorni prima di fare lo stesso sul Gran Zebrù), dalla sua vetta il panorama è a dir poco fantastico: una vista senza eguali sull’intero gruppo dell’Ortles-Cevedale che si sviluppa a emiciclo, da nord-ovest a sud-est. Il monte Confinale si presenta così in posizione isolata e allo stesso tempo centrale, diviso dai vicini più illustri dalla valle dello Zebrù (a nord), dalla valle di Cedèc (a est) e dalla valle dei Forni (a sud). Ecco allora l’idea: lasciare agli alpinisti la sua cima – che se non è un sogno può tuttavia far sognare – e compiere una sorta di lungo pellegrinaggio circolare lungo le sue valli. L’itinerario, che per il suo notevole sviluppo (e non indifferente dislivello) richiede almeno un pernottamento, prende il via a Niblogo: località raggiungibile in breve da Bormio imboccando la provinciale della Valfurva (che porta al passo di Gavia) e lasciandola, svoltando a sinistra, a San Nicolò. Da Niblogo (1.600 m), dove si trovano interessanti esempi di abitazioni tradizionali del Bormiese, ci si inoltra così a piedi nella splendida valle dello Zebrù, da risalire per ben otto chilometri su comoda strada a fondo naturale fino alla Baita del Pastore (2.168 m, 2,30 ore, per i più pigri è attivo un servizio jeep). Il paesaggio, lasciato il parcheggio, muta improvvisamente: a destra scorre il torrente e a sinistra, a fare da sfondo, si innalza il monte Cristallo (3.434 m) dalle rocce fantasticamente erose. A un certo punto la strada passa sul fianco sinistro (idrografico) della valle, poi torna su quello destro, raggiunge i maggenghi di Zebrù di Fuori (1.828 m) e Zebrù di Dentro (1.858 m) e prosegue in leggerissima salita toccando le case di Chitomàs (1.881 m), le Baite di Pecè (1.905 m), Pramighén (1.925 m) e le Baite Campo (1.989 m). Da notare che nella valle dello Zebrù - e nella Valfurva in generale - anche gli alpeggi a oltre 1.800 metri di quota, altrove caratterizzati da pascoli e non prati falciabili, con il bestiame lasciato all’aperto o in ricoveri collettivi, erano invece dotati di baite con stalla-fienile tuttora visibili: una peculiarità dovuta alla morfologia dei versanti che, frazionati in piccoli terrazzi (privati) senza ampi pascoli, ha spinto i contadini a trasformarli, almeno in parte, in prati permanenti con l’esigenza di avere un deposito per il fieno.
Siamo ormai nei pressi della Baita del Pastore, nel cuore del Parco nazionale dello Stelvio: una grande area protetta, istituita esattamente 75 anni fa, che si estende per circa 1.350 chilometri quadrati nelle province di Sondrio, Brescia, Trento e Bolzano. La Valle dello Zebrù è così un autentico paradiso faunistico, popolato da numerosi stambecchi (reintrodotti con successo nel 1967), cervi, camosci, caprioli e marmotte. Non mancano poi gli uccelli, dalla pernice bianca all’aquila reale: la splendida Aquila chrysaetos (il nome scientifico significa «aquila d’oro») che, presente in Lombardia con 55-60 coppie nidificanti (la stima si riferisce al 2007), è il simbolo e il vanto del Parco dello Stelvio.
Dalla Baita del Pastore, lasciando il solco principale della valle dello Zebrù, comincia a sinistra la risalita della Valle del rio Marè per raggiungere il rifugio V Alpini (2.878 m): lo storico ricovero del Cai di Milano al cospetto della Punta Thurwieser (3.652 m) segnata dall’enorme frana del 18 settembre 2004 e del monte Zebrù (3.740 m). Il rifugio, dopo 4 ore di cammino, è un invito a fermarsi non soltanto per riposare ma anche per pernottare, ripensando a coloro che nel 1884 lo inaugurarono battezzandolo Capanna Milano, ai soldati che lo utilizzarono durante la prima guerra mondiale (durante la quale fu sede del comando di tutte le truppe dislocate nella Valle dello Zebrù) e alla costruzione nel 1968, pochi metri a valle del più antico edificio a cui serve come dependance, di una seconda struttura dedicata a Guido Bertarelli. Questi, nato nel 1886 dalla nota famiglia milanese, laureato alla Bocconi nel 1909 e tra i pionieri dello sci in Italia, si arruolò volontario nel 1915. Destinato alla 248a compagnia del battaglione Valtellina del V reggimento alpini, operante nel gruppo dell’Ortles-Cevedale, documentò la guerra bianca in una serie di eccezionali fotografie e nel 1929 sostenne le spese della ricostruzione della Capanna Milano, che volle dedicata al proprio reggimento e alla memoria di tutti i commilitoni caduti.
Dal rifugio V Alpini, il secondo giorno, occorre per prima cosa raggiungere il passo di Zebrù (3.001 m): il valico che immette nella Valle di Cedèc e celebrato, ne Il bel paese, da Antonio Stoppani. Dal passo, scrive l’uomo di scienza e di fede, «lo sguardo dominava le due valli! Spingendolo giù per quella d’onde eravamo saliti (la valle dello Zebrù, ndr), che appariva di lassù come una stretta gola, andava mano mano a posarsi sopra una serie di cime o negre o nevose. In fondo all’opposta valle guardandoci a destra, rivedevamo in tutta la sua ampiezza il ghiacciaio del Forno». L’abate lecchese spiega poi che «a tempo sereno quel passaggio non è che una generosa partita di piacere. Ma se il tempo è brutto può esporre a seri pericoli anche l’alpigiano più esperimentato».
Dal crinale scendiamo quindi al rifugio Pizzini (2.700 m, 2,30 ore dal rifugio V Alpini) e da lì, ignorando la stradina che porta all’albergo dei Forni, prendiamo un sentiero (a destra) che, mantenendosi alto sulla valle di Cedèc e poi sulla Valle dei Forni, ci porta all’alpe Pradaccio di sopra (2.302 m, 1.30 ore dal rifugio Pizzini). Percorrendo le pendici meridionali del monte Confinale raggiungiamo così le case di Rasèit (2.266 m) e proseguiamo verso l’ultima (non breve) parte del grande anello passando a monte di Santa Caterina. L’itinerario si svolge quindi sul fianco destro (idrografico) della Valfurva, arrivando a un certo punto (2,30 ore dall’alpe Pradaccio) alle baite Confinale di sotto (2.083 m) e di sopra (2.288 m): le seconde addossate a uno spalto roccioso da cui precipita, in cascata, il torrente omonimo. La vista del monte Sobretta (3.296 m) dall’altra parte della valle invita a un attimo di contemplazione: una breve pausa prima di ripartire alla volta delle interessanti baite Cavallaro (2.183 m). Da lì si scende al prato San Nicolò e, seguendo una ripidissima sterrata, si raggiunge il nucleo rurale di Pradaccio di Sotto (1.661 m) da dove, superando il torrente Zebrù, si ritorna a Niblogo (1.30 ore dall’alpe Confinale di sopra, 8 ore dal rifugio V Alpini) concludendo così, finalmente, il lungo «pellegrinaggio» attorno al monte Confinale.


CARLO CACCIA


 
 
 
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