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L'ARTICOLO DEL MESE

Pianeta Pora
Viene spesso liquidato come un «panettone», eppure questo massiccio a ridosso della Presolana, offre tante sorprese: un «mondo» fuori dal mondo, da scoprire un po’ alla volta, itinerario dopo itinerario. Partiamo col primo: da Colle Vareno al monte Alto.

Testo di Maurizio Panseri – Fotografie di Mauro Lanfranchi

Per un giorno lasciate perdere piste e discese ben battute. Quelle le conoscono in tanti, in certe giornate, pure in troppi. Meglio, se amate la tranquillità, andare alla ricerca di un altro Pora. Un Pora vicino, ma allo stesso tempo fuori dal mondo, fatto di silenzi e panorami che da questo privilegiato osservatorio della valle Seriana abbracciano altre cime importanti e decisamente spettacolari, prima fra tutte la Presolana, regina delle Orobie. E lasciate perdere lo stereotipo del «panettone» utilizzato di frequente per fotografare il massiccio del Pora. Se osservata un po’ meglio, la sua è una fisionomia decisamente più articolata con numerosi angoli affascinanti e solitari che, con un po’ di pazienza e di fatica, anche nei mesi più freddi, sono alla portata di molti escursionisti.
Si tratta di itinerari affrontabili sia con le racchette da neve, che con sci e pelli di foca, caratterizzati da dislivelli contenuti. Alcuni di questi luoghi, il lato oscuro del Vareno e i Pian di Palù verso il monte Alto, soprattutto dopo una nevicata, sanno regalare emozioni uniche. In ogni caso, anche lungo le piste da sci che ne percorrono il crinale, i panorami sono ampi e abbracciano tutta la cerchia alpina, offrendo, come si diceva, visioni spettacolari sul massiccio della Presolana e verso il lago d’Iseo. Queste escursioni meritano di essere percorse non solo con il sole allo zenit, ma anche di essere assaporate in altri momenti: raccogliendo l’alba sul versante nord del Vareno, passeggiando romanticamente al tramonto verso il monte Alto o salendo in una notte di plenilunio sul monte Pora.


Proprio quest’ultimo, con i suoi 1.890 metri d’altitudine è la vetta più elevata di un piccolo massiccio montuoso orientato da nord a sud, che prende forma dal Colle della Presolana innalzandosi sino al monte Scanapà e al monte Lantana, che poi, interrotto dal colle del Vareno, si eleva sino allo stesso Pora per terminare a sud col monte Alto. Il crinale costituisce lo spartiacque tra due provincie e due valli. A est i versanti si inabissano aspri e scoscesi, sino sul fondo della Val Camonica, a ovest ampie pendici ospitano l’omonima stazione sciistica sino alle Malghe di Pora, da dove scendono boscose sino al torrente Borlezza. La traversata completa dal Colle Vareno al monte Alto, offre la possibilità di attraversare la parte sud di questo piccolo massiccio. Si tratta di una tranquilla escursione di una giornata, che può venire comunque frazionata in tratti più brevi a secondo della preparazione fisica e del tempo disponibile.
Colle Vareno (1.372 m) lo si raggiunge in auto salendo da Castione della Presolana. L’inizio della nostra gita, può sembrare strano, è situato in provincia di Brescia, per l’esattezza in Comune di Angolo Terme. Attraversate le piste da sci, verso nord-est si procede in direzione del bosco. Poco oltre un capanno da caccia, al limitare della fitta abetaia, si imbocca un sentiero che in falsopiano, conduce alle radure della Croce di Vareno (1.475 m). I boschi precipitano verso la Valle del Dezzo, la Val di Scalve si mostra allo sguardo, dominata dalla mole del monte Gleno e del Tornello e del Venerocolo, e chiusa a nord-est dall’ampia dorsale del Pizzo Camino e della Cima Moren.
Si svolta a destra e, in direzione sud, si risale il ripido crinale bosco

so, transitando nei pressi di alcuni roccoli. Gli abeti si fanno sempre più radi, lasciando spazio a una dorsale erta e spoglia, oltre la quale, alla propria destra, si intravedono i torrioni della Presolana, mentre alla propria sinistra lo sguardo si perde lungo la Val Camonica. Pian piano il pendio si adagia e, in vista della stazione d’arrivo della seggiovia, si risale un’ampia dorsale sino a portarsi sulle piste da sci, che si percorrono con attenzione sino al rifugio di Cima Pora e al vicino punto panoramico del monte Pora (1.890 m). Verso nord lo sguardo viene calamitato dallo spettacolo offerto dal massiccio della Presolana. A ovest l’intera catena delle Orobie e delle Prealpi Bergamasche disegna la linea dell’orizzonte, sino a perdersi tra le foschie della pianura, oltre le quali, a volte, si scorgono i lontani profili della catena appenninica. Verso sud, ecco, invece, la mole del Guglielmo sovrastare le acque del lago d’Iseo.
Mantenendo le piste da sci alla propria destra, si scende l’ampio versante sud puntando al Pian del Termen (1.650 m), dove, per un breve tratto, si transita ancora sulle piste da sci, verso la stazione d’arrivo della seggiovia Valzelli. Lasciato alle proprie spalle il carosello sciistico, con continui saliscendi si punta all’evidente sagoma del rifugio Magnolini (1.612 m) e, attraverso i Pian di Palù, si sale sino alla sommità del monte Alto (1.723 m). Ora lo sguardo può spaziare liberamente su tutto il giro dell’orizzonte, per poi perdersi nello scintillare delle acque del lago, che colmano la valle ai nostri piedi.

Qui non ci sono ripetitori o antenne, non ci sono i rumori degli impianti a infastidire o i fumi delle motoslitte a offendere l’olfatto, questa è la meta, questo è il luogo dove è possibile assaporare con tutti i sensi quello che la montagna sa offrirci.
Si può ora rientrare passando nuovamente dal Magnolini: questo rifugio del Cai di Lovere, inaugurato nell’agosto 1948 e dedicato alla memoria della medaglia d’oro Leonida Magnolini e ai caduti di Lovere e Costa Volpino, è un valido punto d’appoggio per la nostra escursione. Quindi, dopo una meritata pausa, possiamo ritornare sui nostri passi e nei pressi dei Valzelli, scendere verso malga Alta di Pora (1.495 m) dove arriva la carrozzabile che sale dal Colle del Vareno. Gli impianti sciistici funzionano ancora. Oggi non ne sentiamo la mancanza.

Maurizio Panseri

Neve, poesia di un candore smagliante

Richiuse il piccolo libro e lo strinse tra le mani. Lo sguardo si posò sul ceppo di castagno che ardeva nel camino, la fiamma guizzava diffondendo la sua luce nella cucina. Fuori nel buio, oltre i vetri della finestra, volteggiavano grossi fiocchi di neve. Osservò a lungo quella danza, nel cono di luce che il lampione proiettava sul viottolo. Durante la mattina i primi fiocchi avevano iniziato a scendere con rabbia, poi tutto si era acquietato. Riaprì il libro e riprese a leggere. «Il giovane scalò la montagna, incurante del pericolo e della fatica. Giunto in cima trovò riparo sotto una roccia. Si sedette al cospetto dello splendore del mondo».*
E lui dove sarebbe andato a godersi quel candore smagliante? Chiuse gli occhi e si assopì. Buio. I fasci di luce scandagliavano nel bianco. In auto lentamente risaliva tra quinte d’alberi ricurvi sotto il peso della neve fresca, dopo l’ennesima curva i coni di luce intercettarono un cartello incrostato di bianco, illeggibile. Parcheggiò, scese dall’auto, calzò gli sci. S’incamminò, tra non molto sarebbe sopraggiunta l’alba.
Colle Vareno a volte è un luogo incantato.

A cavallo tra la Val di Tede e la Val d’Angolo, segna lo spartiacque tra due mondi, oltre il crinale si nascondeva il suo lato oscuro. A quell’ora tutto era silenzio, le stelle e una falce di luna calante riverberavano sul manto candido, il colle era lì, porta di un mondo fatato, nascosto agli impianti e alle piste da sci. Ad oriente avanzavano le prime luci del giorno. Puntò con decisione verso il bosco. Strane figure scolpite nel legno sembravano sorridergli, le salutò mentre procedeva, lasciandosi dietro un solco profondo, un segno, la traccia. Giunto sul dosso, nella radura della Croce di Vareno, lo colse l’alba.
In quel luogo sospeso sopra le gole del Dezzo, sostò immobile, con la Valle di Scalve e la Val Camonica addormentate là in fondo nel buio, mentre le cime prendevano forma e colore. Sprofondando nella neve risalì il crinale, nessuna traccia aveva ancora ricamato la coltre immacolata. La nevicata era cessata da poco e il freddo era pungente. Il bosco d’abeti si faceva sempre più rado, gli alberi, perfettamente incappucciati di bianco, sembravano monaci in preghiera, curvi e bloccati dalla morsa del gelo. Alcune rapide inversioni lo innalzarono sulla spalla finale, il sole sorse all’orizzonte e d’un tratto, oltre il crinale verso occidente, bastioni di pietra, ornati di bianco, si accesero nella prima luce del mattino. Voltò le spalle alla Presolana e puntò i suoi sci verso una fila di pali che, avvolti di bianco, sbucavano dalla neve.


La stazione d’arrivo della seggiovia sbucò dalla dorsale. Percorse quel tratto di pista battuta sino a Cima Pora. Superò le stazioni d’arrivo degli impianti, il rifugio e i tralicci dei ripetitori. Si lasciò tutto alle spalle, proseguendo nella neve fonda sin dove la cresta ed i versanti precipitavano. Si fermò affascinato da quel vuoto, contemplando la valle. Ora avrebbe proseguito scendendo sino al limite del bosco della Val dell’Orso, da dove sarebbe risalito ai Pian di Palù e al rifugio Magnolini, su sino alla cima del monte Alto. Tolse le pelli e si preparò per la discesa, respirò profondamente e si tuffò giù da quel pendio perfetto, smagliante. Un rumore lo scosse, si risvegliò di colpo, il libro che aveva tra le mani gli era scivolato a terra, lo raccolse. Fuori le stelle brillavano sopra un mondo ovattato e bianco. Sorrise e pensò al giorno dopo. Si coricò e prima di addormentarsi lesse un’ultima frase. «Il viaggio fu lungo, di un candore incessante. Bianco come il silenzio che accompagnava i due viandanti».*

* NEVE
 E si amarono l’un l’altro sospesi su un filo di neve
 Maxence Fermine
 Bompiani - 1999



 
 
 
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