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  APRILE 2003

SOMMARIO

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EDITORIALE

L'ARTICOLO DEL MESE

 
L'ARTICOLO DEL MESE

Tra i colli dei pellegrini
L’Oltrepò pavese era un tempo attraversato dai viandanti che si recavano a Roma seguendo la Via Francigena. Al loro posto turisti affascinati da questo territorio che ha mantenuto una sua integrità sia dal punto di vista naturalistico che urbanistico


Testo e fotografie di Alberto Nardi

Dolci colline, verdi vallate, piccoli paesi e villaggi in cui tutti si conoscono, chiese, castelli e naturalmente il buon vino, quello dell’Oltrepò Pavese. Una zona ricca di storia posta com’è sul confine tra le Alpi e l’Appennino, quasi una cerniera tra due mondi, un crocevia di gente, traffici e commerci. L’importante Via Francigena, che collegava la Svizzera con Roma passando per il Gran San Bernardo, toccava  Voghera e attraversava l’Oltrepò, come testimoniano alcuni documenti risalenti al 1350, anno del Giubileo e di grandi pellegrinaggi. Tanti fedeli, quindi. Ma anche tanti soldati. Perché questa collocazione strategica rendeva la regione particolarmente appetibile e sin dal Medioevo signori e signorotti dovettero difenderla con le unghie. La famiglia Malaspina fu tra le prime a insediarsi nell’Oltrepò, in particolare nella val Staffora, nel fortilizio di Oramala, da dove amministrò i traffici attraverso il centro di esazione dei dazi a Varzi.

La val Tidone fu, invece, sotto il controllo di alcuni vassalli dei Visconti: a Montesegale, solo per fare un esempio, è ancora oggi visibile il castello espugnato nel 1415 dal Conte di Carmagnola, capitano di ventura assoldato dagli stessi signori di Milano. Solo più tardi l’Oltrepò acquisirà una certa autonomia. All’epoca delle guerre di successione austriaca, tra il 1740 e il 1748, la regione, detta anche Vecchio Piemonte, confluì, infatti, tra i domini di Carlo Emanuele III di Savoia, guadagnandosi aperture linguistiche e culturali sia verso l’Alessandrino che verso l’Emilia. Una regione sui generis? Quantomeno singolare, per essere lombarda. E non solo per le sue vicende storiche. Anche da un punto di vista urbanistico l’Oltrepò è lontano anni-luce da quello che si vede oggi attraversando la pianura padana: a una fascia pedecollinare con alcuni poli industriali, fa da contraltare, oltrepassata la fascia vitivinicola delle colline, un ambiente ancora integro, assai poco popolato dove piccoli centri si concentrano sulla sommità di lievi alture, tra boschi, vigneti, frutteti, chiesette isolate, rocche e castelli. Un paesaggio rurale molto piacevole e rilassante, soprattutto per chi proviene dalle caotiche e inquinate città lombarde.
Raggiungere l’Oltrepò è semplice: arrivati a Pavia, basta seguire le indicazioni per Voghera e da qui per Salice Terme, località nota sin dall’Ottocento per le proprietà curative della fonte Sales. Ci si inoltra nella val Staffora, ricca di frutteti che in primavera diventato una tavolozza dalle mille tonalità. Parallelo alla strada si nota qua e là il tracciato della ferrovia elettrificata, ora dismessa; dal 1929 collegò Varzi a Voghera, sostenendo gli albori di turismo che purtroppo non è mai decollato come l’area meriterebbe. A Ponte Nizza si apre la vallata omonima  e vale la pena, grazie a una breve deviazione di un paio di chilometri, raggiungere la splendida chiesa di S. Paolo. Andando verso Fortunato da Godiasco, risaliamo ora una zona collinare poco popolata ma di grande fascino, dominata dal castello di Montesegale (462 metri) della famiglia Gamberana, citata in alcuni documenti del 1029. Non distante, in posizione invidiabile, la Chiesa dei Santi Cosimo e Damiano domina l’intera vallata, punteggiata di piccoli centri quasi sempre posti sui crinali, la cui origine è quasi sempre legata a preesistenti strutture castellane del periodo feudale.
Il paesaggio è una scacchiera ordinata di coltivi e macchie boschive, per lo più di pioppo nero e tremulo o roverella, che all’inizio della primavera si tingono di verde chiaro in contrasto con le fioriture bianche di meli, peri e ciliegi. Proseguiamo per Fortunago, ridente paesino sulla sommità di un colle a 483 metri di altezza, su cui svetta il campanile della bella chiesa parrocchiale del XVII secolo dedicata a San Giorgio. Il borgo merita una breve visita sia per la posizione panoramica che per la bellezza delle casette recentemente restaurate. Il parco di Fortunago si trova su un altopiano, a quota 600, che offre interessanti spunti naturalistici. Vi nidificano numerosi rapaci, oltre a rappresentare un rifugio per daini e caprioli, e punteggiarsi in primavera di rare fioriture di flora spontanea tra cui l’Astragalus sirinicus e diversi esemplari di orchidee, protetti dalla legge regionale lombarda. Percorrere le stradine che collegano questi piccoli abitati è un vero piacere: chiesette, casali sparsi, lontani dal traffico, vigneti che spesso si alternano a seminativi o a boschi cedui, danno una precisa idea del tipo di economia della zona. Certo la mano dell’uomo è intervenuta a modellare nei secoli questo paesaggio, ma sicuramente in maniera armoniosa e rispettosa dell’assetto originario.

E’ il caso della riserva naturale del Monte Alpe, nata da un impianto artificiale di selvicoltura, costituito per gran parte da Pino Nero, piantato per salvaguardare l’area da fenomeni di erosione e dissesto idrogeologico (un esempio da seguire visti i recenti avvenimenti). Gli interventi di rimboschimento cominciarono intorno al 1930, epoca in cui non si prestava particolare attenzione alla scelta di essenze più o meno autoctone. L’uso del pino ha permesso, così, alla processionaria (un pericoloso bruco mangiafoglie) di attecchire indisturbata; per contrastarla si è pensato di adottare metodi ecocompatibili, ovvero l’introduzione di una particolare formica (la Formica lugubris) che, a dispetto di un nome poco invitante, ha portato all’istituzione della Riserva nel 1985, proprio per l’interesse scientifico suscitato dalla sua presenza. Alla nascita dell’area di tutela sono seguiti, inoltre, tentativi, per ora parziali, di reintrodurre alberi più adatti all’ecosistema dell’area, come il carpino nero e bianco, il cerro, l’orniello, l’acero montano, il faggio, i biancospini. Una varietà di essenze arboree che permette il sostentamento di un’interessante popolazione di uccelli, come la cincia dal ciuffo, il crociere, il picchio rosso maggiore, accanto a rapaci come la poiana e lo sparviere, e naturalmente a mammiferi quali gli scoiattoli, i ghiri, i moscardini, la volpe, la donnola, i caprioli e gli onnipresenti cinghiali. Un buon binocolo e la pazienza del vero bird-watcher permetteranno di osservare alcune delle specie meno schive e di costumi diurni.

La riserva è raggiungibile percorrendo la statale 342 verso il passo del Penice (per visitarla è opportuno contattare la direzione telefonando all’Azienda Regionale Foreste numero 02.67652307). Dal vicino passo del Penice volgiamo ora lo sguardo alla pianura: lo scenario è ben diverso rispetto alle tranquille e poco popolate vallette dell’Oltrepò; chissà com’era all’epoca di Annibale che la tradizione vuole affacciato da questi crinali per osservare le postazioni romane prima della battaglia della Trebbia. Difficile anche solo immaginarselo. Proseguiamo. Lungo il percorso in auto, in particolare nella zona di Montesegale, si incontrano diversi cartelli in legno che segnalano alcune deviazioni percorribili facilmente a piedi o in bicicletta. Ci permetteranno di apprezzare ancora di più la pace e la tranquillità del luogo, tra boschi e coltivi che spesso si aprono sul dolce panorama circostante. Insomma una zona da esplorare con passo lento e misurato, assaporandone la tranquillità e l’arcaica bellezza. Magari facendo qualche tappa in uno dei tanti ristoranti o agriturismi che si incontrano lungo la strada. Le attrattive enogastronomiche non mancano: l’Oltrepò è famoso per i suoi salumi e i suoi piatti annaffiati da una almeno una ventina di vini doc. Buon appetito!


Alberto Nardi


 
 
 
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