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Aldo Anghileri, l'alpinista "innovatore"

03 Aprile 2018 / 13:00
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Aldo Anghileri, l'alpinista "innovatore"

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Aldo Anghileri ha un grande passato come alpinista e una decennale conoscenza dei materiali da utilizzare in montagna. Conoscenza che sfrutta in Avantgarde, outlet di abbigliamento sportivo e tempo libero, che gestisce con la collaborazione di suo figlio Luca. Li abbiamo incontrati nel loro ufficio in  via Rivolta a Lecco. GUARDA LA VIDEO-INTERVISTA.

Foto Andrea Cattaneo

C’è una bella foto nell’archivio fotografico del forte alpinista bergamasco Andrea Cattaneo in cui si vede un giovanissimo Aldino (questo è il soprannome con cui viene chiamato da sempre Aldo Anghileri). E’ il secondo da sinistra, ha poco più di diciassette anni e, insieme ai suoi compagni, ha appena scalato la via Carlesso alla Torre Trieste.

Aldino Anghileri è figlio d’arte perché anche suo padre Adolfo faceva parte della schiera degli arrampicatori lecchesi prima della Seconda guerra mondiale. Essere un giovane lecchese negli anni Sessanta voleva dire avere sentito narrare mille volte le imprese dei vari Cassin, "Boga", Vitali e tutti gli altri che avevano reso Lecco negli anni Trenta e Quaranta una delle capitali mondiali dell’alpinismo. Nell'immediato dopoguerra il gruppo dei Ragni della Grignetta era diventato rapidamente uno dei sodalizi alpinistici più apprezzati e conosciuti. Indossare il mitico maglione rosso era uno dei sogni più frequenti dei giovani lecchesi.

Aldo comincia presto a trasformare i sogni in realtà. I suoi miti sono Riccardo Cassin, Walter Bonatti, Carlo Mauri e soprattutto Hermann Buhl che con il suo libro "E’ buio sul ghiacciaio" ha incantato generazioni di giovani alpinisti. Una delle leggendarie avventure di Buhl è stata la prima ripetizione solitaria della via di Riccardo Cassin sulla Nord Est al Badile.

Perché non ripetere l’impresa? Forte di alcune impegnative solitarie sulle vie del Corno Medale, la pala calcarea che sovrasta la città di Lecco, senza nemmeno aver compiuto diciotto anni, Anghileri parte con la sua moto e ripete in quattro ore e mezzo la via sulla Nord Est del Badile. C’è sicuramente un po’ di incoscienza da parte sua, ma anche tanta classe che lo porterà ad entrare giovanissimo nel gruppo dei Ragni e a realizzare molte altre salite impegnative come la prima invernale dello Spigolo Nord del Badile con Pino Negri e Casimiro Ferrari e, restando nell'ambito delle prime ripetizioni invernali, la prima della via di Gervasutti e Boccalatte sul Pilastro Sud Ovest del Pic Guliermina nel massiccio del monte Bianco nel 1975.

Apre poi nuove vie: lo Spigolo Nord–Ovest della Cima Su Alto con Piussi, Molin e gli amici Ragni Ernesto Panzeri e Guerrino Cariboni nel 1967, nel 1968 traccia la Via dei Ragni un’innovativa linea sulla parete Est del Grand Capucin con Carlo Mauri, Casimiro Ferrari e Pino Negri. Ormai Aldino è entrato nella cerchia dei più forti alpinisti italiani e nel 1972 apre, con Alessandro Gogna e Piero Ravà, una via sullo spigolo Nord-est della Brenta Alta mentre sempre con Gogna, Ravà e Lanfranchi traccia una bella linea sulla Sud della Terza Pala di San Lucano. Nel 1975 partecipa ad una delle ultime grandi spedizioni nazionali, quella alla parete Sud del Lhotse guidata da Riccardo Cassin che vede fra i suoi componenti Reihnold Messner, Alessandro Gogna, Mario Curnis, Ignazio Piussi e i più forti alpinisti italiani del momento.

Nella foto, la spedizione nazionale del Cai al Lhotse, 1975: da sinistra, Gigi Alippi, Sereno Barbacetto, Riccardo Cassin, Franco Gugiatti, Aldo Leviti, Ignazio Piussi, Reinhold Messner, Alessandro Gogna, Fausto Lorenzi, Mario Curnis. In ginocchio: Giuseppe Det Alippi, Mario Conti, Gianni Arcari


Sentiamo direttamente da Aldo Anghileri il racconto di quel periodo. Nei primi anni Sessanta come ti allenavi e com'erano i materiali?

«Lavoravo nell'officina di mio padre, ma sono stato tra i primi a cominciare ad approfittare delle lunghe giornate estive e della vicinanza della Medale per salire in solitaria la via Cassin dopo il lavoro. Un giorno mi sono sentito pronto e ho scalato da solo la "Boga" aperta da Mario Dell’Oro ed è uno dei ricordi più belli della mia attività in montagna. Dalla cima guardavo la mia città dall'alto e mi sentivo pronto a tutto. Quando ho cominciato i materiali erano: moschettoni di ferro, martello, chiodi e ci si legava ancora con la corda direttamente in vita, anche se qualcuno cominciava ad adattare cinture da lavoro che daranno lo spunto a Riccardo Cassin per produrre le prime imbragature da arrampicataAll'inizio calzavo scarponi che ricordavano "cassette per garofani" per la loro forma primitiva poi gli indimenticabili Galibier. Come abbigliamento indossavo i classici calzoni alla zuava con calzettoni di lana al ginocchio, anche se poi ho cominciato a rompere con la tradizione indossando i jeans e il maglione rosso dei Ragni che portavo anche a Ferragosto». 

Chi erano i tuoi punti di riferimento?

«Riccardo Cassin e Carlo Mauri che in quegli anni aveva cominciato a far conoscere le leggendarie montagne della Patagonia . A loro devo aggiungere Casimiro Ferrari che nel '74 guiderà la spedizione sulla Ovest del Cerro Torre, Mario Burini, un accademico calolziese che è stato tra i pionieri a sperimentare le prime artigianali cinture d’arrampicata e Ninotta Locatelli che era forte e molto aperto anche ad altri ambienti alpinistici».

Quando hai cominciato a occuparti di materiali?

«A 26 anni, dopo un decennio di attività alpinistica ad alto livello, ho lasciato il lavoro in officina da mio padre e ho cominciato a collaborare con le ditte che producevano materiali per la montagna, lavorando come rappresentante per Cassin, Ciesse Piumini, La Sportiva. Erano anni vulcanici e i materiali cambiavano ogni giorno. Lo sci diventava un fenomeno di massa e anche nel mondo dell’arrampicata l’innovazione era rapidissima. Ho avuto la fortuna di collaborare con personaggi come Manolo, Roberto Bassi, Mariacher. Tutti gli anni arrivavano a casa mia e discutevamo sulla continua ricerca che facevano per conto della ditta La Sportiva sulle scarpette che avevano da poco sostituito gli scarponi rigidi. Ricordo l’emozione dei miei figli Giorgio e Marco che ancora giovanissimi vedevano girare per casa i migliori arrampicatori del momento e sentivano parlare di come alleggerire i chiodi, modificare gli zaini, migliorare i tessuti e le mescole. E’ stato un periodo vivissimo, fondamentale per la mia futura attività imprenditoriale».

Quando e perché hai deciso di avviare una tua attività imprenditoriale?

«Nei primi anni Novanta ho cominciato ad andare in Cina e a far produrre dapprima qualche zaino e qualche tenda, dopo qualche anno di esperienza ho fondato l’azienda Ande, il cui nome deriva dalle iniziali dei cognomi Anghileri e Dell’Oro che era il mio socio, anche se richiama la lontana cordillera dell'America Latina. Nel '94-'95 Ande ha cominciato a funzionare avvantaggiandosi anche della crescita dei punti vendita di Longoni Sport e di altri venditori che hanno creduto nel nostro marchio. Ande è stato un laboratorio importante e siamo arrivati nel 2005 a fatturare 24 milioni di euro. In quel periodo mi hanno affiancato i miei due figli: Giorgio e Marco. Il "laboratorio Anghileri" partoriva idee in continuazione e di alcune di queste sono ancora oggi orgoglioso. Come quella di utilizzare una lega leggera per costruire piccozze e ramponi. Ricordo ancora lo slogan pubblicitario "780 grammi di sicurezza", perché avevamo costruito una piccozza e un rampone molto più leggeri rispetto a quelli tradizionali in modo che potessero essere messi nello zaino e pronti all'uso in ogni evenienza. Un'altra innovazione sono stati i friend con l’asta flessibile, ne abbiamo venduti più di duecentomila in sette o otto anni, poi ho ceduto questo modello alla Kong di Marco Bonaiti, che ha continuato con successo a produrli. Oggi i grandi marchi costruiscono gioielli con i materiali leggeri, ma noi siamo stati tra i primi».

Nella fucina di idee di Ande che ruolo ebbero i tuoi figli Giorgio e Marco? 

«Hanno avuto un ruolo fondamentale, Giorgio, nato nel '70, era più grande di Marco di un paio d'anni e aveva delle straordinarie capacità alpinistiche. In pochi anni di attività, prima di morire nel 1997 in un incidente mentre si allenava in bici, aveva realizzato prime invernali di prestigio come il Diedro Casarotto allo Spiz di Lagunaz e la mia via in Busazza e poi solitarie impegnative come Break Dance in Medale, Cavallo Pazzo al Sasso Cavallo, Paolo Fabbri 43 in Val di Mello e della mia via sulla Cima Su Alto oltre ad aver aperto con Emanuele Panzeri la via Luca sulla quinta Pala di San Lucano e molte altre ancora. Giorgio era un artista dell’alpinismo e la sua classe era utilissima per Ande. Sia Giorgio che Marco facevano parte dei Gamma, il gruppo fondato da me e da altri alpinisti lecchesi dopo la controversa spedizione alla Cattedrale del Baltoro a cui aveva fatto seguito lo scioglimento del Cai Belledo e la conseguente scissione del gruppo Ragni».

E Marco? 

«Marco ha collaborato con me fino alla sua morte nel 2014, nel tentativo di prima ripetizione solitaria della via Jori Bardill sul Pilone Centrale del Freney. Prima in Ande e poi, dopo la vendita nel 2008, Marco si è rivelato importantissimo nell'apertura di Avantgarde. Marco era preciso e meticoloso al limite della pignoleria così da essere un prezioso consigliere sui materiali che testava nelle sue salite. L’elenco delle sue grandi imprese in montagna sarebbe lunghissimo. Un grande amore per la montagna lo ha portato a prime ripetizioni invernali e solitarie a concatenamenti in tempi velocissimi, ma anche a saper godere della bellezza della sua Grignetta, che ogni tanto lo chiamava e Marco doveva andare. Delle sue salite mi limito a ricordare la prima solitaria invernale della Solleder in Civetta realizzata in 5 durissimi giorni di scalata e il concatenamento di Vinatzer/Variante Messner alla Sud della Marmolada, della Solleder alla Nord Ovest del Civetta e dello Spigolo  Gilberti alla parete Nord dell'Agner in sole 14 ore. Marco era solare e amato da tutti».

Qual era e qual è ancora la filosofia della vostra produzione? 

«Avevamo sposato l’idea di offrire ai clienti un rapporto qualità prezzo estremamente favorevole. All'inizio c’era un po’ di diffidenza, i compratori pensavano che se un prodotto non costava molto, allora valeva poco. Poi, a poco a poco, abbiamo convinto le persone che si potevano avere la botte piena e la moglie ubriaca. Anche adesso con Avantgarde, con la collaborazione di mio figlio Luca cerchiamo di offrire prodotti sicuri e a buon prezzo per escursioni in alta quota, per semplici passeggiate o per l’arrampicata sportivaAbbiamo una vasta scelta di giacche a vento, zaini, pile, k-way, maglie tecniche traspiranti e capi con materiali di ultima generazione che permettono di fare sport in assoluta libertà. Anche l’assortimento delle scarpe non fa invidia a nessuno, da quelle per una semplice camminata in collina fino agli scarponi da montagna. Anzi sono particolarmente orgoglioso di una linea di scarpe da trekking che offrono una grande tenuta su ogni tipo di terreno e che stanno incontrando un grande successo di pubblico. Abbiamo adesso tre spacci aziendali: uno a Clusone, uno a Morbegno e ai primi di giugno apriremo il terzo spaccio a Nembro, nei quali vendiamo grandi firme a prezzo di outlet e i prodotti del marchio Latech, una nostra linea sportiva esclusiva che sta avendo successo soprattutto nel campo degli calzature e degli zainiInsomma dopo tanti anni l’avventura prosegue nella continuità, perché dopo tante peripezie siamo riusciti a riprenderci il marchio Ande».

Guarda l'intervista ad Aldo e Luca Anghileri!

Info: AvantgardeClusone

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