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Quando vennero i gruccioni

23 Luglio 2018 / 17:30
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Scritto da Redazione Orobie
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Quando vennero i gruccioni

23 Luglio 2018/ 17:30
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Scritto da Redazione Orobie

Un nostro lettore milanese, Nando Giorgio Pozzoni, ci ha scritto dopo la pubblicazione, sulla rivista Orobie di giugno 2018, del servizio dedicato ai gruccioni.

Ecco la lettera«Ho apprezzato moltissimo l'articolo di Paolo Confalonieri sui gruccioni, corredato dalle splendide immagini di Matteo Capelli e Luciano Opreni, per la serietà scientifica e la chiarezza del contenuto. Gli stupendi colori, nonché il canto e le abitudini di questi meravigliosi uccelli mi hanno a suo tempo ispirato lo sfondo di un racconto la cui trama si svolge nei primi contrafforti delle Prealpi bergamasche e che ha ottenuto nel marzo 2013 il secondo premio nel concorso "Narratori delle Alpi" indetto dal Wwf Italia e dal quotidiano La Stampa di Torino, e il cui testo accludo, per conoscenza, al presente messaggio. Nel congratularmi con voi per la qualità e originalità della vostra rivista, rimango a disposizione per eventuali ragguagli in merito a quanto sopra. Un cordiale saluto da un affezionato lettore».

Per ragioni di spazio non ci è stato possibile pubblicare sulla rivista il racconto di Nando Giorgio Pozzoni, ma lo facciamo volentieri qui riproponendo anche alcune delle immagini scattate da Matteo Capelli e Luciano Opreni.

QUANDO VENNERO I GRUCCIONI

«Questo picciol fiume della Bergamasca, che una grandissima volta a guisa di gomito fa nel mezo la valle, è dagli abitatori nominato Orza. Ben che lungo il suo corso non vi sieno che pochi casali di venti o venticinque case, si vedono campi e vigne benissimo lavorati. Detta valle è chiusa da aspre e boscose montagne, ove si ha gran copia di greggi e selvaggiumi...» (da «Tutte le Terre e le Provincie di San Marco», di anonimo padovano del XVI secolo)

«Cruuii, cruuii, cruiii...». Il canto, dolcissimo, quasi un coro gioioso di trilli e gorgheggi, veniva dall’alto, da lontano, pareva scendere dal crinale fra Arvino e le propaggini boscose del Monte Carbonara. Guardai il babbo, che si beava della luce e dei colori della sua terra, in quella limpida mattinata di fine agosto. «Li senti, papà? - domandai - Ma dove diavolo sono? Non si vedono proprio...». «Guarda bene lassù, sopra quella costa», intervenne zio Attilio. E con la sicurezza solenne di un cacciatore preistorico mi indicò un brulichio appena percettibile di punti scuri sopra la pineta. «Li vedi, adesso? - continuò - Sono tordi marini. Cacciano vespe e altri insetti sopra le piagge, è la loro stagione. Dovresti avvicinarli, non puoi immaginare la bellezza dei loro colori...».

Era la prima estate che trascorrevamo a casa dei nonni, da quando avevamo lasciato la valle per trasferirci a Milano, scelta che al babbo era parsa obbligata, dopo la chiusura del cementificio e la perdita dei posti di lavoro, il mio ed il suo. Milano ci era parsa incredibilmente cara, l’affitto, il vestiario, il gas, la luce, il riscaldamento, tutto pareva inesorabilmente divorare la maggior parte dei nostri magri salari. Ma, grazie a qualche rinuncia e alla sapiente economia domestica della mamma, eravamo persino riusciti ad accantonare un modesto gruzzolo. A quei tempi, verso la fine degli anni Sessanta del secolo scorso, la Val d’Orza ci pareva più lontana dell’Australia. Ai giovani del Terzo Millennio quanto vado narrando potrebbe apparire strano e intriso di ingenuità, ma l’Italia di allora era in massima parte un paese operaio dalle forti radici contadine, dove l’automobile, il frigorifero, il televisore e persino il telefono costituivano un miraggio per molte famiglie; i trasporti su gomma si svolgevano spesso su strade dal tracciato antico, che attraversavano i centri abitati, non concepite per sostenere la velocità aggressiva e l’inquinamento prodotti dai nuovi veicoli a motore.

In Val d’Orza, appunto, ci ricomparivamo soltanto per qualche festività, Pasqua, Ognissanti, Natale, dopo un viaggio che pareva un’avventura, a bordo di corriere sgangherate, sulle quali caricavamo, al ritorno, borse colme di patate, polenta, verdure, uova. L’anno che anche la mamma trovò un lavoro stabile presso una grande industria dolciaria e Stefano, mio fratello minore, ancora bimbo, cominciò a frequentare la scuola, ci sentivamo come gli zii d’America e decidemmo di concederci finalmente le ferie dai nonni, che ci accolsero con grande sollievo, nel loro vecchio casale, da poco restaurato, fra la strada provinciale e i margini del bosco, a circa due chilometri dal borgo di Frassineto. Fino ad allora non avevo mai visto un gruccione, pur essendo cresciuto in quelle contrade. Zio Attilio diceva che erano scomparsi da qualche decennio: dapprima la pratica dell’uccellagione, inasprita dalla miseria e dalla guerra, poi l’assalto ai terreni coltivabili con le peggiori diavolerie chimiche e, in aggiunta, le intemperanze dei cacciatori improvvisati e feroci, avevano allontanato i tordi marini, così li chiamavano lassù, dalle nostre montagne. Morivo dalla curiosità di arrivare a tiro di quelle presenze, il cui canto riempiva i boschi, le radure, penetrava nelle forre e sul greto dei torrenti.

Quando mi arrampicai verso il sentiero che portava al crinale del Carbonara, era già mattino inoltrato e non avevo particolari impegni; il giorno prima, con il babbo, avevo aiutato i nonni nella raccolta dei ceci, che ora facevano bella mostra di sé in fascine giallo oro, allineate sull’aia del fienile. Camminavo da circa venti minuti nel bosco, quando mi sentii chiamare da una vocetta nota, a qualche distanza, più in basso: «Manlio, Manlio…». Mi arrestai, contrariato, voltandomi in attesa dell’indesiderato seguace. Mio fratello comparve, ansimante, di lì a qualche minuto. «Chi ti ha detto di seguirmi? - domandai, burbero - Che frottole hai raccontato, stavolta, alla mamma, per uscirtene tutto solo? Razza di incosciente, scommetto che hai attraversato lo stradone davanti alla fontana! Non sai che passano macchine a tutta velocità, in quel punto? Possono ridurti in carne trita! Senti, se vuoi seguirmi, sappi che salgo fino alla cresta, indietro non ci torno, nemmeno se crolli per terra!».

«Al babbo ho detto che venivo con te e mi ha accompagnato lui, con i nonni, oltre la strada. - si scusò il bambino - Anch’io voglio arrivare lassù, è vero che si vedono Frassineto e Montemartino dall’alto?». Altro che, se era vero! Già a metà del pendio, Frassineto compariva con le sue case antiche aggrappate alla montagna e, sotto il paese, in fondovalle, il cementificio ormai spento, un parallelepipedo enorme, sovrastato da un camino altrettanto gigantesco, silente come un relitto alla deriva in quel mare di prati e boscaglie.

Pensai a quanta polvere ci ingoiavamo io e il babbo, là dentro, agli ultimi scioperi, a quando avevamo occupato i magazzini e gli uffici, per cercare di scongiurare la chiusura dello stabilimento. Il babbo, uno dei più attivi nel sindacato, si era battuto fino all’ultimo, ma inutilmente. Il cementificio aveva cessato di inondare il paese e i dintorni con la sua bianca e mefitica polvere, ma in molti eravamo rimasti senza lavoro e avevamo fatto le valigie. Per quanto mi riguardava, non sarebbe stata l’ultima volta, ma quel giorno, mentre l’estate ci regalava i suoi colori più belli, le voci e i profumi, l’allegria di un paesaggio così alpino e italiano, mi perdevo in quella dimensione senza tempo, pensando alle ragazze, ai loro sguardi, ai sorrisi che sbocciavano nelle passeggiate dei pomeriggi domenicali, quando si spingevano fino alla borgata dove abitavano i nonni, Laureto, poche case e cascinali sparsi fra il fondovalle e i declivi più esposti a mezzogiorno.

Agli occhi dei valligiani, la principale attrattiva del luogo era costituita da un’osteria con campo da bocce e un fonografo con altoparlanti che diffondeva nella quiete campestre le note struggenti di tanghi e valzer, alimentando anche i miei sogni di adolescente in attesa della vita.

Un pomeriggio, allora avevo compiuto da poco i diciannove anni, io e una giovane di Castelgrande, borgo di una vallata limitrofa, ci eravamo nascosti fra i salici sulla ripa dell’Orza, per fare l’ amore. L’aria era tiepida e piacevole, poco prima del tramonto, e i sassi del greto accarezzavano i nostri corpi nudi con il calore accumulato durante il giorno. Si chiamava Rossella e mi piaceva da impazzire, ma aveva due anni più di me e capivo di essere nient’altro che un intermezzo per lei, ufficialmente fidanzata con un certo Loris, facoltoso commerciante di piastrelle e ceramiche. Rossella aveva un carattere molto forte e volitivo e a suo modo era molto attaccata a Loris, che stimava fino all’inverosimile. «Tu sei ancora troppo giovane. - mi disse, dopo che ci eravamo rivisti per l’ultima volta, a quinta. - Con te ci sono venuta perché mi piaci tanto e fai bene l’amore, ma lui è una persona eccezionale. Non vorrei mai che una scappatella compromettesse il nostro rapporto.»

Ci soffrii, come può soffrirci un diciannovenne innamorato, la delusione mi aveva scavato una ferita profonda dentro, anche se a quell’età le piaghe si cicatrizzano in fretta. E tuttavia ne avevo ammirato il comportamento, coerente con la sua decisione inflessibile. Non si era più fatta vedere lassù, a Laureto. Un giorno di settembre, quando finalmente la incontrai alla Sagra dei funghi, fece di tutto per evitarmi. Io la salutai, affiancandomi.

Camminava spedita, assieme a due amiche; le chiesi, con aria volutamente distratta, notizie di suo cugino Baldo, già mio compagno di scuola. Mi ero poi congedato, camminando ancora più veloce di loro, ostentando indifferenza, facendo appello a quella che consideravo la mia dignità di giovane maschio ferito. «Ciao, Rossella, salutami Baldo, buona passeggiata a tutte...». La rividi soltanto quindici anni dopo, a Genova, mentre sbarcava da un traghetto proveniente dalla Corsica. Lei non mi scorse subito, seminascosto com’ero tra la folla in attesa: aspettavo un amico in arrivo dalla Sardegna con una nave successiva.

Scendeva decisa e rapida lungo la passerella, seguita dai due figli, un maschietto e una femminuccia, biondi e alteri come lei. Notai che era dimagrita parecchio e che il suo viso aveva perso altrettanto in freschezza. Sul molo li aspettava Loris, suo marito, a bordo di un fuoristrada appena sbucato, rombante, dal ventre del traghetto. Rossella e i bimbi vi salirono, allegri; fu quando abbassò il finestrino che mi vide e, dopo un attimo di indugio, mi sorrise con quella sua espressione spontanea, la stessa di quando ci incontravamo nella macchia di salici. Mi salutò con la mano, ma non feci in tempo ad avvicinarmi, perché dagli altri veicoli vomitati dalla nave si levò un coro isterico di clacson e Loris fu costretto a rimettere in moto. Lei mi salutò ancora, agitando un braccio, sporgendosi appena e mi gridò qualcosa che si perse nella bolgia dei fumi di scappamento e nel chiasso dei motori. Pensai che, a distanza di tempo, non potevo più farle paura, e che, dopotutto, nei suoi ricordi c’era ancora posto per me.

«Che ne dici, ci riposiamo per qualche minuto?». Contrariamente a quanto mi sarei aspettato, ero io, stavolta, ad accusare la stanchezza. Avevo affrontato la prima parte della salita con troppa foga, ed ora sudavo, sudavo, le gambe, poi, mi parevano due pezzi di legno. «Come vuoi! - rispose mio fratello, fissandomi di uno stupore tutto infantile - ma se lo fai per me, io posso continuare, stai tranquillo...». «Beviamo un sorso d’acqua», tagliai corto, porgendogli la borraccia, riempita alla fonte, poco prima di iniziare la salita. Bevemmo con avidità, fin quasi a prosciugare il recipiente. In quel punto, la vegetazione cominciava a diradarsi, anticipando le caratteristiche dell’altro versante, quello di mezzogiorno, più arido e solatio, costellato di pini e ginepri. Man mano ci avvicinavamo alla sommità, il canto dei gruccioni si faceva più distinto, ma ancora non si scorgevano se non le loro sagome sfrecciare a volo radente sopra le rocce e le punte degli alberi, riguadagnare il filo di aeree correnti, scomparire e riapparire dietro le cime più elevate. Dietro di noi, oltre la linea dei monti che circondavano la valle, le splendide guglie della Presolana si stagliavano, possenti, contro il cielo azzurrissimo.

Il campanile di Arvino dava le dieci, quando affrontammo la rampa che immetteva sul crinale. «Eccoli, eccoli!» mi avvertì Stefano, a bassa voce, quasi temesse di profanare l’incanto di quel luogo. Lo stormo virò basso, venendoci incontro e fu allora che ci apparve il meraviglioso balenio dei loro colori. Incuranti della nostra presenza, ci avvolsero negli invisibili ricami che andavano tessendo nel cielo, come saette variopinte. Seguimmo quell’ orda melodiosa mentre discendeva verso una valle dirupata, in fondo alla quale si scorgeva lo spicchio superiore del lago di Endine. «Guardali, guardali, che velocità, i primi volano già sulla cascata!». Per qualche istante riuscimmo ancora a distinguere la policromia verde, azzurra, gialla, rossa dei loro piumaggi, poi, quando ridivennero uno sciame lontano e brulicante, ci avviammo a ritroso per il sentiero. A casa ci attendeva il ristoro di un insuperabile, invitante minestrone. Durante il pasto, zio Attilio ci deliziò, raccontandoci altri particolari della vita dei tordi marini. Meglio di chiunque conosceva tutti i segreti dei boschi e della montagna, i posti dove crescevano i funghi e maturava la frutta selvatica, le sorgenti ristoratrici nascoste nel folto di macchioni apparentemente impenetrabili. Era un vero piacere, avventurarsi con lui lungo le piste e i sentieri della vallata, inseguendo il suo passo rapido e sicuro di taglialegna e carbonaio, ché tale era stato fino all’inizio degli anni Cinquanta. «Ehi, Manlio, zio, ascoltate... - ci interruppe Stefano, sollevando il cucchiaio come per indicare la direzione - Cantano ancora...».

Da allora ho incontrato spesso il volo dei gruccioni sul mio cammino; la dolcezza dei loro richiami, che ho imparato a riconoscere, ne segnala da molto lontano la presenza. Rivederli ha per me il sapore del ritrovamento di vecchi amici. Ed è per questo che ogni volta mi viene spontaneo di salutare, con un cenno della mano, quegli infaticabili folletti alati, dominatori di cenge precipiti e crinali solitari percorsi dal vento.

Nando Giorgio Pozzoni

Luciano Opreni e Matteo Capelli sono gli autori delle fotografie pubblicate dalla rivista Orobie di giugno 2018 sui gruccioni


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