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Mario Curnis: "Mai arrendersi!"

24 Marzo 2020 / 12:19
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Scritto da Redazione Orobie
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Mario Curnis: "Mai arrendersi!"

24 Marzo 2020/ 12:19
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Leggi l'intervista a Mario Curnis, decano degli alpinisti bergamaschi, realizzata da Emanuele Falchetti per L'Eco di Bergamo. Parole  rivolte in particolare ai suoi concittadini; Curnis vive a San Vito, frazione di Nembro, uno dei comuni più colpiti dal coronavirus .

Curnis cosa vuol dire andare avanti?

«Vuol dire che anche nei momenti più drammatici non ci si deve arrendere. È una lezione che la montagna ti insegna bene, ma che è legata alla natura stessa dell’uomo, anzi oserei dire alla natura in generale. Basta guardarsi attorno in questi giorni difficili, in cui tanta gente sta perdendo persone care e sta soffrendo in maniera pesante, per rendersene conto. Ci sono piante che fioriscono, i nuovi germogli che spuntano sui rami. Può sembrare un dettaglio o una cosa superflua di fronte alla tragedia che stiamo vivendo, ma si tratta comunque di una lezione a cui tutti dovremmo prestare attenzione, anche in un frangente come questo».

La natura in grado di curare?

«Si lo è. O almeno per me lo è stata. Negli anni scorsi ho avuto grossi problemi di salute e anche di lavoro. Ho dovuto affrontare un tumore. Ero davvero a pezzi, non sapevo dove sbattere la testa. Poi mi hanno proposto di occuparmi di cento capre sui pascoli del monte Parè, in alta Valle Seriana, sopra Rovetta, e proprio lì, poco alla volta, grazie a questo isolamento e alla cura degli animali, ho ritrovato l’equilibrio che stavo rischiando di perdere. Sono completamente guarito, e non solo nel fisico».

Una lezione che può tornare utile anche ora?

«Credo proprio di sì. Questo stop imposto, il fatto di essere tornati a vivere anche se in un clima di grandi difficoltà in maniera più semplice ci deve fare riflettere. E mi auguro che la gente non se lo dimentichi. Io vivo in questa baita isolata da tempo e sono felice non mi manca nulla: qualche buon amico, le occupazioni quotidiane, la vita nella natura mi bastano, mi danno la gioia nel senso più pieno del termine. Direi che se alla fine si potrà trarre una morale da tutto questo, bisognerà cercarla proprio in questa capacità di farsi bastare ciò che si ha: di farsi bastare le piccole cose».

Come trascorre queste giornate?

«Non ho cambiato di molto la mia vita, accudisco i miei cani, ripulisco i prati dalle foglie, curo il verde, che mi circonda appunto. E cerco di fare naturalmente quello che viene raccomandato a tutti: e cioè di evitare il più possibile i contatti soprattutto se si ha la mia età».

Le pesa?

«No, ripeto: la mia vita è già impostata su questi binari. E poi non credo sia un grosso sacrificio. Se uno ha la fortuna di stare bene, direi che è poca cosa. Sono altri quelli che stanno reggendo il peso maggiore, negli ospedali soprattutto. Direi quindi che non bisogna esasperare un po’ di isolamento: se ci chiedono di non uscire di casa non si esce punto e basta».

Le ricorda qualcosa del passato questo frangente?

«Mi sembra una situazione alquanto inedita. Io da bambino ho vissuto anche la guerra, ma era una cosa molto diversa, si pativa la fame. Oggi fortunatamente questo non avviene. C’è però un nemico che è più subdolo perché non si vede e così si rischia di sottovalutarlo».

Che cosa vorrebbe dire ai giovani in questo momento?

«Semplicemente di ascoltare i consigli che vengono rivolti dagli anziani. E di prestare davvero molta attenzione: in fondo loro hanno tutta la vita davanti. E proprio per questo è ancora più preziosa».

Emanuele Falchetti

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