Articolo

Candido borgo

19 Luglio 2022 / 12:11
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170
Scritto da Redazione Orobie
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Candido borgo

19 Luglio 2022/ 12:11
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Tantissima neve ci accompagna in questa escursione lungo la valle del Drogo, in Valchiavenna (Sondrio). Racchette ai piedi, arriviamo all'alpe di Lendine, dove tutto è bianco e anche le figure umane sembrano formiche visti i muri di coltre che ricoprono le baite. Quasi un sogno al cospetto del Pizzaccio, che pure non esita a mettersi in mostra. Ecco il nostro reportage sulla rivista Orobie 378 di marzo 2022.

TESTI E FOTOGRAFIE DI ROBERTO GANASSA

Siamo finiti in un paradiso di neve, io e Tita. La nostra uscita con le ciaspole ci ha portato in un angolo di Lombardia dove la coltre bianca, mai vista così tanta, ricopre tutto e regala pura magia a un posto già di suo fantastico. Se non ci fossero le foto, si potrebbe pensare che questa non è l’alpe di Lendine, sopra Olmo di San Giacomo Filippo, in Valchiavenna (Sondrio), ma un sogno.

In inverno, ogni volta che passa una perturbazione la mente inizia a lavorare. Fantastica sugli effetti che avrà, su quanti fiocchi porterà e dove. Per poi scegliere il luogo migliore dove trovare le condizioni ottimali da fotografare e non è semplice. Devo prima di tutto decidere se andare lì soltanto a scattare, oppure per fare una gita scialpinistica. E poi focalizzare una meta dove non sono mai stato con determinate condizioni e riuscire a portare a casa, si spera, non sempre le stesse immagini, anche se poi è impossibile che siano uguali l’una all’altra. Per fortuna questa rincorsa alla decisione è senza fine, altrimenti lo stimolo con il passare degli anni andrebbe scemando.

Dopo tanto tempo che avevamo in mente di fare visita all’alpe di Lendine con la neve, ecco l’occasione giusta. Ieri l’ennesima perturbazione di una stagione fortunata, non come l’ultima, ha portato un ulteriore apporto di coltre e le previsioni sono buone. Sarà fantastico, lassù all’alpe di Lendine. Ma, si sa, il meteo non per forza si comporta come vorremmo, tant’è che all’appuntamento con Tita a Morbegno, alle 5,30, il cielo è coperto. Tuttavia nessun ripensamento: si parte lo stesso. 

La meta si trova in valle del Drogo, laterale della valle San Giacomo, o valle Spluga, in una conca chiusa a sudest dal monte Mater (2.415 m), a sudovest dal famoso Pizzaccio, il Pizzasc (2.590 m), ambedue ben visibili già dall’inizio della Valchiavenna, a ovest dal turrito gruppo del piz Papalin (2.714 m) e della cima di Lughezzasca (2.716 m). A nord, invece, si trova il bacino del Truzzo, che dà il nome alla diga che si riesce a distinguere qualche centinaio di metri più in alto. In estate nella zona si possono compiere interessanti escursioni e traversate, tra cui il classico anello passando per Laguzzola, spesso fattibile anche in inverno. 

Oppure la traversata alla diga del Truzzo. Quest’ultima però non è percorribile nella stagione fredda per il continuo pericolo di valanghe e non soltanto. Sempre con il caldo, molto bella è la salita al lago Caprara con il transito per il medesimo bivacco. Si può allungare la gita con l’ascensione al Pizzaccio, che presenta però alcuni passaggi di facile arrampicata.

Alle 6,30 siamo a Olmo. L’idea è di catturare qui l’alba, invece ad accoglierci c’è una fitta coltre di nebbia. Dopo un paio di scatti purtroppo lugubri nei pressi della chiesa, prendiamo il sentiero per l’alpe di Lendine. Attraversiamo le case del paesino che ancora dorme. Olmo è un piccolo borgo sempre abitato, appoggiato in alto sulla valle San Giacomo, del tutto fuori dal flusso turistico del passo dello Spluga, di Madesimo e di Campodolcino. In dieci minuti raggiungiamo Zecca, un affascinante agglomerato di vecchie baite. Ce ne sono oltre 30, con sui tetti un bel metro di neve. È proprio qui che ieri Madre natura ha imposto il limite dei fiocchi e si vede.

Sull’altro versante ci sono le case di San Bernardo e di Scanabecco che provano a bucare la nebbia che va e viene su e giù per la valle. Dalle baite alte, con le ciaspole seguiamo delle vecchie tracce che, verso destra, ricalcano il sentiero estivo. In un attimo ci inoltriamo nel bosco di larici via via sempre più carichi di neve. Nonostante questo tratto di percorso non sia molto paesaggistico, l’atmosfera è da fiaba. Tuttavia per il momento il cielo non accenna schiarite. L’itinerario è piacevole e alterna tratti in leggera salita con alcuni addirittura pianeggianti. Essendoci sopra, non ci si accorge, ma in effetti stiamo camminando su uno spessore di ormai oltre due metri di coltre. Per fortuna la traccia battuta nei giorni scorsi ci permette di non sprofondare troppo, altrimenti sarebbe stato un massacro. Alziamo gli occhi, le cime di alcuni larici sono impressionanti dalla quantità di neve che stanno sopportando. Cerchiamo di superarli in fretta, non si sa mai.

Dopo un paio d’ore di marcia, rallentati dal dover battere il fondo, raggiungiamo il ponte sul torrente che scende dall’alpe di Lendine. Emozionante l’attraversamento: il corrimano si trova ben sotto la neve. Oltre, la traccia si fa più ripida. Bisogna superare gli ultimi 200 metri di dislivello, che richiedono circa mezz’ora, prima di raggiungere la meta. Incredibile: le nuvole iniziano a diradarsi proprio quando sbuchiamo sui prati bassi dell’alpeggio. Non credo ai miei occhi. Le baite sono semisommerse da una quantità di neve che non ho mai visto. È quasi impossibile riconoscere gli elementi che costituiscono il nucleo rurale, composto da una ventina di edifici, alcuni ristrutturati e ben conservati. Si tratta di una presenza storica, in quanto documenti ne attestato l’attività come alpe di Olmo già nel 1300. Le mandrie al pascolo nella zona ci sono ancora ai giorni nostri nella bella stagione, pur con numeri ridimensionati rispetto al passato. Un tempo su questi sentieri si incrociavano anche altri «professionisti», vale a dire i contrabbandieri impegnati a raggiungere o a rientrare dalla Svizzera. L’alpe di Lendine è una meta poco battuta dagli escursionisti e nell’organizzare le uscite va tenuto conto che qui non ci sono né strade né rifugi. Per la verità è previsto un bivacco nella casa d’alpe alla chiesetta dedicata alla Madonna.

Nella nostra esplorazione deviamo a sinistra proprio per visitare il piccolo tempietto, pure sprofondato nel bianco. Spettacolo puro. Evitiamo di passare vicino agli edifici per non rovinare con le nostre impronte la sessione fotografica. Davanti ce n’è una gonfia che ci incuriosisce. Ma cos’è? A fatica la aggiriamo e il segreto è svelato: la parte posteriore della baita è del tutto coperta, la facciata è soltanto in piccola parte libera. Sul tetto, così a occhio, ci sono oltre tre metri di candida copertura.

Facciamo dietrofront e saliamo un po’ per raggiungere il dosso che fronteggia l’alpeggio. Iniziamo a scattare click dopo click. Tutto è irreale, la neve pare tagliata con il coltello, dai contorni precisi al millimetro e la massiccia cima del Pizzaccio offre un ottimo sfondo al presepe che abbiamo davanti. Dopo alcune foto con il paesaggio immacolato, Tita rompe l’incantesimo e si avventura tra le baite. Fa un po’ di tentativi e riesce a salire su un tetto. Le proporzioni tra neve e persona rendono l’idea dell’eccezionalità: lui è alto circa un metro e 65, lo spessore misura almeno il doppio.

Vorrei fare un’inquadratura diversa, scendo di poco e mi sposto sotto i pendii. Però la montagna è troppo carica ed è meglio non rischiare. Se scendesse una valanga, mi tirerebbero fuori l’estate prossima. Ritorno sul dosso, mangiamo qualcosa al volo e poi ci avviamo per compiere il periplo dell’alpeggio. Passare vicino alle baite semisommerse fa entrare in un’altra dimensione. È impossibile che tutto questo sia vero: i portoni delle entrate sono sotto, le finestre che si vedono sono quelle del primo piano o, addirittura, del sottotetto. Le costruzioni da dietro hanno la forma di praline di cioccolato bianco. Sono senza parole.

Si è fatto tardi ed è il momento di rientrare. A volte decidere di scendere proprio nel momento in cui la luce si fa più bella mi sembra un paradosso ma, d’altronde, non si può fare tutto. A breve il sole si nasconderà dietro le montagne e la temperatura si abbasserà molto. La voglia di restare è tanta, il pensiero di entrare in una baita calda, preparare polenta e costine, bere una bottiglia di vino rosso di Valtellina in compagnia, ci fa sognare. Ma io e Tita siamo costretti a riporre i desideri nel cassetto, visto che qui non c’è nessuna casa aperta e calda ad aspettarci. Magari organizzeremo per la prossima volta: un tramonto e una notturna all’alpe di Lendine dobbiamo per forza farli.

Iniziamo a scendere ricalcando con le racchette le nostre tracce ed è molto meno faticoso della salita. Ci giriamo a guardare il paradiso di neve e, soprattutto, per avere la conferma che sia tutto vero. Poi giù. Riattraversiamo il bosco di larici che è rimasto immacolato e raggiungiamo di nuovo Zecca. Certo che dopo avere visto tutta la neve lassù, il metro che c’è qui risulta irrilevante. Sullo sfondo il pizzo di Prata (2.727 m) con i suoi satelliti chiude tutto l’orizzonte, mentre in fondo a sinistra alcune nuvole precludono la vista dei pizzi Badile (3.308 m) e Cengalo (3.369 m).

In cinque minuti siamo a Olmo. Recuperiamo l’auto e rientriamo piano piano nella normalità della vita di tutti i giorni. Intanto continuo a pensare alle baite sommerse nel bianco, all’idea di aver vissuto un sogno, al profumo di neve che mi sento ancora addosso e che mi spinge a programmare nuove avventure per tornare a vivere, per l’ennesima volta, la sensazione di benessere che soltanto la montagna sa infondermi.

Roberto Ganassa

Scopri di più consultando qui l'itinerario per l'alpe di Lendine 


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