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"Non sogno, sono desto"

19 Luglio 2022 / 11:26
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Scritto da Redazione Orobie
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"Non sogno, sono desto"

19 Luglio 2022/ 11:26
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Scritto da Redazione Orobie

Ha da sempre coltivato la passione per l’agricoltura, ereditandola forse dal nonno che non ha mai conosciuto. Daniel Moioli, 26 anni, con le sue 15 vacche brune alpine originali si prende cura dei prati a San Vito di Nembro (Bergamo) che rischiavano di sparire perché abbandonati. «Che bel mestiere e i miei amici mi sostengono». Ecco la sua storia raccontata sulla rivista Orobie 379 di aprile 2022

Testi di Paolo Confalonieri - Fotografie di Marco Mazzoleni

Non ha dubbi Daniel Moioli, giovane agricoltore che lavora tra i monti della valle Seriana, a pochi chilometri da Bergamo. E lo ripete a tutti: «Il mio sogno è realizzato». Glielo leggi in volto, specie se è nei campi e nei boschi di San Vito a Nembro, lungo la valle del torrente Carso che dal monte Podona scende al Serio. Moioli ti accoglie sempre con il sorriso, eppure la sua giornata è iniziata alle 5,30 e il lavoro lo terrà impegnato almeno fino alle 21-21,30.

È uno dei giovani lombardi che ama e ogni giorno investe sul territorio che lo circonda. Insieme al Consiglio regionale della Lombardia ne stiamo incontrando alcuni. A gennaio (Orobie 376) è stata la volta di Max Cusini, 24 anni di Livigno (Sondrio), maestro di sci e casaro che ci ha raccontato la passione per la sua terra, la cultura e le tradizioni, proiettato pure lui al futuro con entusiasmo. Una serie che continueremo per tutto il 2022.

Daniel Moioli, 26 anni compiuti il 6 settembre in alpeggio con le sue vacche, fa l’agricoltore per scelta, dopo essersi diplomato all’Istituto di istruzione superiore «Vincenzo Dandolo» di Orzivecchi (Brescia). Il papà Alessandro, ferroviere in pensione, la mamma Lucia, infermiera, e il fratello Manuel, classe 1992, fresco papà di Ginevra, non hanno potuto fare nulla per dissuadere l’aspirante contadino. «È sempre stato il mio sogno – ripete –. Forse è scritto nel dna: nonno Anselmo, che era del 1910 e che non ho mai conosciuto, aveva alcune vacche e la famiglia di mio papà viveva di quello. Era il Cornalì, a San Faustino di Nembro lo chiamavano così, ed è da lì che arriva il nome della mia azienda».

Una data importante è il 28 ottobre 2017: «Quel giorno ho comprato le prime due vacche, Regina e Austria. Le ho scelte io, in valle del Riso. Il 4 dicembre la terza, in valle Serina». L’inizio dell’azienda che non si occupa soltanto di allevamento, ma anche della cura di prati e boschi vicini, della produzione e della vendita di formaggio. «Soltanto brune alpine originali – spiega –. In inverno, sei sono qui nella stalla principale, dove ho anche tre vitelli, e sei vacche sono nell’altra stalla. Ho un piccolo caseificio e una cantina per la stagionatura, dove ci sono stracchini, formaggelle e i formaggi d’alpe prodotti in estate». Attorno i campi, molti dei quali rischiavano di essere divorati dai rovi e dal bosco per l’abbandono. Trovarsi nelle terre alte non invoglia certo a lavorare in appezzamenti scoscesi e scomodi. «I proprietari mi chiedono di seguirli, di ripartire da capo e dissodarli», dice Moioli.

Il lavoro non manca e l’allevatore butta lì un calcolo: «Per produrre un chilo di formaggio servono 10 litri di latte. A ogni mucca bisogna dare 15-20 chili di fieno al giorno, che si ricavano in circa 250 metri quadrati di prato. Ecco, sono stime approssimative, ma rendono l’idea della ricaduta che un mestiere come questo ha sul territorio. Così ci si prende cura della natura, un pezzo alla volta e rispettandone i ritmi, le stagioni. Si arricchisce la varietà di erbe e piante, la biodiversità. Mi riempio gli occhi e soprattutto il cuore quando guardo il versante del monte in ordine. Dimentico fatiche e preoccupazioni».

In questa vicenda ci sono passione e dedizione. Ma anche generosità e lungimiranza. Daniel Moioli le tocca con mano grazie a Giuseppina Tribbia, classe 1933, e a suo figlio Mauro, proprietari della cascina Suardi che lo ospita: «Non ci conoscevamo, sono salito con mio padre e ho parlato a Giuseppina dei miei progetti, però mi serviva una stalla e la loro era vuota. Si è presa un po’ di tempo e poi mi ha detto sì, in amicizia, senza volere nulla. In quel momento ho trovato anche una nonna». 

Lei aveva già galline e conigli, lui ha portato le vacche e tanta voglia di darsi da fare. Anche il cane Guri ha adottato tutto il «Pacchetto Cornalì». Il complesso è antico: «Su una pietra all’ingresso – mostra il contadino – è incisa la data 1879. Qui una volta viveva una ventina di persone, attorno c’erano altri contadini. Poi più nulla. Oggi Cesco, Francesco Rondi, e sua moglie Beatrice Zanchi hanno quattro vacche e vivono appena sopra. La loro nipote Cristina ha 15 anni, qualche volta viene ad aiutarmi».

Il progetto di Moioli punta sul territorio: «Partivo con un ettaro di prato vicino alla cascina, poi…». A San Vito si sentivano soltanto il gallo e le galline, ora anche mucche e vitelli animano la contrada. Appena la stagione lo consente vengono liberati nei prati, da giugno a settembre salgono all’alpeggio. «Ho scelto di fare l’imprenditore agricolo, però non mi piace definirmi così – spiega –. Mi occupo di tutto da solo. La carica di adrenalina maggiore l’ho in primavera, quando all’ordinario si aggiunge la fienagione. Finisco magari alle 23, eppure non smetterei di lavorare. Poi c’è la transumanza, saliamo in quota. Mungo e mi occupo del latte tutti i giorni».

Nel piccolo caseificio ci sono sei formaggelle preparate la sera prima. Lo ha costruito Daniel Moioli con un amico che sa fare il muratore, Michele. Pure la «sigógna» per spostare la caldaia in rame e scaldare il latte sul fuoco è fatta in casa: «È una mia opera di “bioarchitettura” a chilometro zero: bracci, tasselli e cunei sono legni di un castagno tagliato nella valle. La “cóldera de ram” è stato il mio primo acquisto aziendale: può contenere 220 litri di latte, fatta fare su misura in Valsugana. La porto con me anche in estate». Nella cantina le forme riposano e vengono rivoltate su assi di pioppo, «come le tavole delle opere d’arte, ma soprattutto perché è un legno leggero, che non lascia sapore».

Il sogno di questo giovane agricoltore è realtà, ma i suoi progetti si spingono in alto: «Un giorno, chissà, avrò un mio pascolo in quota». Guarda al «miglioramento genetico dell’allevamento, con vacche dalla morfologia come dico io». A ottobre Castagna, che si chiama così perché è nata nel 2018 sotto un castagno, vicino alla casa dell’alpinista Mario Curnis, è arrivata terza tra le primipare alla fiera di Clusone, con capi da tutto il Nord. Chi non conosce Daniel Moioli potrebbe immaginarselo fuori dal mondo, dalle amicizie. Ma non è così e i primi a sostenerlo sono proprio i coetanei: «Comprano i miei formaggi, mi fanno conoscere. Insieme guardiamo al futuro con ottimismo: da quello che faccio nasce un legame tra i giovani e la terra. Io ci metto tempo, passione e qualche pezzo di formaggio». (Continua/2)

Paolo Confalonieri

Daniel Moioli è ospite anche della nostra trasmissione televisiva Orobie Extra.

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